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Da riscoprire: la storia di “Pearl Jam”, l’album del 2006 della band di Seattle

16 Giugno 2016 Music and Pet News


Quando una band sceglie di non dare un titolo ad un proprio disco – o, meglio, quando lo titola con il proprio nome – non è per mancanza di idee, ma per lo più per affermare la propria identità. Sicuramente questo è il caso di “Pearl jam”, l’album del 2006 della band di Seattle – conosciuto anche come “Avocado”, per via del frutto in copertina.

I Pearl Jam, nel periodo 2000-2006 vivono un’altra fase intensa della loro storia. Nel 2002 esce “Riot act”, album con cui la band fa i conti con la tragedia di Roskilde (9 persone morte durante un loro concerto del 2000, per la calca: “Love boat captain” è la loro reazione in musica) e con l’America post-11 settembre (il titolo è un gioco di parole con il Patriot Act, la legislazione di controllo introdotta dal governo con la scusa della lotta al terrorismo).
Negli anni successivi la band si butta sui concerti, pubblicando gli ormai consueti bootleg ufficiali, ma anche un disco dal vivo “regolare” (l’acustico “Live at Benaroya Hall”, registrato nella natia Seattle) e la raccolta di rarità “Lost dogs”.

Nel 2005 la band pensa, dopo tre anni, a nuova musica. Entra in studio a Seattle, con Adam Kasper, già al lavoro sul disco precedente. Per la prima volta si mette ad incidere senza canzoni già pronte, solo qualche idea. Ci metterà quasi un anno a completare il lavoro – sia perché nel frattempo continua ad andare in tour, sia perché Vedder diventa padre.
Ma da quelle sessioni escono quasi 30 canzoni, di nuovo scritte a più mani. Delle 13 finali, Vedder è autore solo di quattro, co-autore di due. Le altre escono dalla penna degli altri membri: lo stile collaborativo di scrittura iniziato nei dischi precedenti viene mantenuto. Vedder è autore invece dei testi, come sempre.

Fonte: www.rockol.it